Come giovani esseri umani e professionisti nel 2026, ci muoviamo costantemente dentro una paradossale tensione temporale: siamo tutti un “progetto gettato nel mondo”, chiamati a rincorrere orizzonti d’attesa sempre più fluidi e instabili.
In questo scenario, l’ansia non è un semplice difetto di fabbrica o una reazione biologica, ma rivela il nostro modo di “abitare il tempo”. Quando l’angoscia ci assale, la nostra temporalità originaria si frattura: il futuro cessa di essere lo spazio delle possibilità aperte e si trasforma in una minaccia imminente, oppure il presente si congela in un tempo che non passa mai, schiacciato dall’urgenza di dover “diventare qualcuno”.
Ripensando a Heidegger, l’angoscia ha però un valore rivelativo profondo: ci scuote dal torpore della quotidianità e ci mette radicalmente di fronte alla nostra stessa esistenza. Essa è intimamente legata alla Cura, intesa come la struttura fondamentale del nostro essere nel mondo, quel costante protendersi in avanti che ci definisce.
Se impariamo a non respingere questa vertigine, ma ad accoglierla come un appello alla nostra autenticità, l’ansia smette di essere un muro contro cui schiantarsi e diventa la bussola che ci orienta.
Abitare il tempo in modo presente significa, allora, riappropriarsi del proprio radicamento nel mondo, accettando il peso e l’ebbrezza di costruirsi un passo alla volta, qui e ora, abitando le incertezze del presente.
E tu, come abiti il tuo tempo?
Dott.ssa Giorgia Altavilla
Psicologa clinica, 29 anni, in cammino (e in ascolto) nel mondo del 2026.




