Vi voglio raccontare una cosa che non si vede mai nelle foto delle vacanze. Di quei
giovani ventenni che per pochi soldi, lontano da casa per mesi, sacrificano la loro
estate per far divertire la nostra.
Voglio parlare di sacrificio, di lavoro, di dignità.
Di famiglie che ancora insegnano ii valore della fatica e di giovani che vogliono
riscattarsi con le proprie mani.
Questa e la storia di Gabriele, Greta, Sabrina e Matteo. Ma e la storia di tanti.
Appena arrivo al villaggio cerco solo un punto ristoro. Sono stanca dal viaggio, ho
bisogno di acqua, di ombra, di fermarmi un attimo.
In quel momento passa un ragazzo pieno di riccioli, la maglietta colorata
dell’animazione, il viso sudato dal sole. Gli chiedo: Scusa, sai dov’è un punto
ristoro qui vicino?
Con un forte accento romano mi sorride e mi dice: Certo che sì! E proprio di là,
vieni che ti ci accompagno io.
Ci presentiamo. Lui è Gabriele.
La sera lo rivedo sul palco centrale, con il microfono in mano. Fa ballare cinquanta
bambini, fa cantare i genitori, fa ridere i nonni. Tiene tutto insieme lui.
Scopro solo dopo che ha vent’anni. Vent’anni ed e il capo animatore.
Con lui ci sono Greta, Sabrina e Matteo. Anche loro ventenni. Anche loro lontani
da casa da mesi.
Mi hanno fatta divertire tanto, con i loro spettacoli, le loro battute, i loro giochi
sempre nuovi.
E poi ho iniziato a guardarli davvero, oltre il divertimento.
Ho visto la loro giornata che noi ospiti non immaginiamo. La sveglia presto per
preparare i giochi in spiaggia sotto un sole che spacca le pietre. Il pranzo mangiato
di fretta perché c’è un torneo da organizzare. Il pomeriggio a rincorrere bambini,
la sera a montare casse e luci per lo spettacolo quando noi siamo già a cena.
Alcuni di loro li ho visti stare male, con la bronchite presa per l’aria
condizionata e gli sbalzi di temperatura tra il caldo fuori e il fresco della sera
sul palco. Tosse, febbre, voce roca. Eppure andavano avanti. Salivano sul
palco lo stesso, sorridevano lo stesso.
Lontani dalle loro famiglie, dai loro amici, dal loro letto. Per pochi soldi. Per un
contratto stagionale che a settembre finisce.
Eppure non li ho mai sentiti lamentarsi.
Ci sono ancora famiglie che dicono ai figli: vai, parti, lavora anche se è duro.
Perché il lavoro ti rende libero.
Ci sono ancora giovani che non cercano scorciatoie, che vogliono riscattarsi.
Quando applaudiamo lo spettacolo finale, non applaudiamo solo un ballo.
Applaudiamo mesi di lontananza, di sacrificio, di dignità.
A Gabriele, il ragazzo con i riccioli che mi ha indicato la strada il primo giorno. A
Greta, a Sabrina, a Matteo.
Grazie. Meritate molto più di un applauso. Meritate rispetto.
Francesca, una mamma




