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Il tempo dell’attesa

Quando ero bambino, spesso aspettavo mio padre. Mi affacciavo dal terrazzo di casa e guardavo la strada, sapendo più o meno quando sarebbe dovuto rientrare, ma senza avere alcun modo di sapere dove fosse. Non potevo chiamarlo, non potevo scrivergli, non potevo sapere se fosse ancora al lavoro, imbottigliato nel traffico o semplicemente in ritardo. Potevo soltanto aspettare.

E ricordo quel tempo, un tempo che da bambino sembrava non passare mai. Poi, improvvisamente, arrivava quel rumore: la macchina che entrava nell’androne del garage. In quel momento tutta l’attesa si trasformava in emozione. Era mio padre. Non avevo bisogno di vedere un messaggio sul telefono, non avevo bisogno di una notifica. Lo sapevo perché riconoscevo il rumore della sua macchina.

Oggi, ripensandoci, mi rendo conto che dentro quell’attesa c’era qualcosa che abbiamo progressivamente perso. L’attesa aveva un peso e, proprio perché non potevo controllarla, aveva anche un valore. Oggi, invece, possiamo sapere quasi tutto. Possiamo sapere dove si trova una persona, se ha letto il nostro messaggio, perché non risponde, quando arriverà, con chi è. Possiamo raggiungerla in qualsiasi momento. Abbiamo praticamente cancellato la distanza e, insieme alla distanza, forse abbiamo cancellato anche una parte dell’attesa.

Il cellulare ha cambiato tutto. All’inizio ci ha dato una possibilità straordinaria: poterci trovare, poterci parlare, poterci raggiungere. Poi, lentamente, è diventato qualcosa di più. È diventato il modo attraverso cui riempiamo ogni piccolo spazio vuoto. Aspettiamo un autobus e prendiamo il telefono. Siamo a tavola da soli e prendiamo il telefono. Qualcuno non risponde e controlliamo il telefono. Ci annoiamo e cerchiamo qualcosa. Ci sentiamo soli e cerchiamo qualcuno.

E allora mi chiedo se il problema sia davvero il cellulare. Forse no. Forse il problema è ciò che abbiamo smesso di allenare: la capacità di aspettare, di stare nel silenzio, di attraversare la noia, di sopportare quella piccola inquietudine che nasce quando non sappiamo cosa sta succedendo.

Penso soprattutto ai ragazzi. Sono cresciuti in un mondo nel quale quasi tutto è immediatamente disponibile: una risposta, un’immagine, una persona, un’informazione, un riconoscimento. E forse è anche per questo che l’iper-connessione può diventare una forma di compensazione. Quando arriva un vuoto, lo riempiamo. Quando arriva la solitudine, cerchiamo qualcuno. Quando arriva l’insicurezza, cerchiamo conferme. Quando arriva la noia, cerchiamo uno stimolo.

Ma forse non tutti i vuoti devono essere riempiti. Alcuni devono essere attraversati. Perché è proprio lì, in quello spazio apparentemente inutile, che impariamo qualcosa di noi.

Io penso ancora a quel bambino affacciato al terrazzo. Non sapeva dove fosse suo padre. Non poteva contattarlo. Non poteva fare altro che aspettare. E quando finalmente vedeva la macchina entrare nel garage, quell’emozione era enorme.

Forse perché aveva dovuto aspettarla.

E forse oggi dovremmo ricordarci che alcune emozioni hanno bisogno proprio di questo: di tempo.

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