Settembre è tradizionalmente il mese dei “nuovi inizi”. Eppure, nelle ultime settimane, i dati e le cronache ci hanno ricordato che per molte persone questo mese non segna una ripartenza, ma l’acutizzarsi di un dolore già presente. In occasione della Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio (10 settembre), Telefono Amico Italia ha diffuso numeri che fanno riflettere: nei primi sei mesi del 2026, oltre 4.200 persone hanno chiesto aiuto perché attraversate da pensieri suicidari, un aumento del 24% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Dietro questi numeri ci sono storie, corpi, relazioni, mondi interiori che hanno smesso di trovare senso. E c’è anche un invito, esplicito, che arriva dalle istituzioni e dalle associazioni: “Non parlarne è un suicidio”.
Ma cosa significa, davvero, parlarne? Come possiamo trasformare il dolore in qualcosa di condivisibile e abitabile?
Dal punto di vista neuropsicologico, sappiamo che il dolore psichico intenso non è solo un “pensiero negativo”. È un’esperienza che coinvolge il corpo, le emozioni, la percezione del tempo, la capacità di dare senso a ciò che accade.
La notte diventa un momento critico: l’insonnia, la riduzione dell’efficienza della corteccia prefrontale (la parte del cervello che regola le emozioni e le decisioni), l’iperconnessione digitale e il confronto con “vite perfette” sui social alimentano un circolo vizioso in cui il dolore appare senza via d’uscita.
In ottica fenomenologica, potremmo dire che la persona si trova in un mondo ristretto, dove le possibilità si sono contratte e il futuro non è più un orizzonte di progetti, ma una minaccia.
Il corpo vive questa contrazione: c’è tensione, insonnia, agitazione o, al contrario, un senso di pesantezza.
Perché non parlarne è pericoloso? E parlarne, in fondo, non è così banale?
Il Ministero della Salute, nelle dichiarazioni del Ministro Schillaci in occasione della Giornata mondiale, ha sottolineato l’importanza di “contrastare lo stigma che ancora troppo spesso circonda il disagio mentale e favorire una cultura dell’ascolto e della richiesta di aiuto”.
Ma dire “parlane” non basta. Per molte persone, parlare del proprio dolore – e soprattutto dei pensieri suicidari – è vissuto come un atto di vergogna, di debolezza, o come un rischio: “E se mi giudicano? E se mi ricoverano? E se deludo la mia famiglia?”
Per noi non si tratta solo di “far parlare”, ma di creare uno spazio in cui le parole possano emergere senza essere giudicate, interpretate troppo presto, o ridotte a sintomi.
È uno spazio in cui il terapeuta accoglie il mondo del paziente così come si mostra, con le sue contraddizioni, i suoi silenzi, le sue immagini, i suoi corpi.
Cosa possiamo fare come comunità?
- Normalizzare la richiesta di aiuto: parlare di salute mentale è un atto di cura verso sé e verso gli altri.
- Riconoscere i segnali: cambiamenti persistenti nell’umore, nel sonno, nel rendimento, nel modo di relazionarsi, verbalizzazioni di autosvalutazione o riferimenti alla morte come soluzione sono campanelli d’allarme da non sottovalutare.
- Offrire uno spazio di ascolto non giudicante: in cui il dolore possa essere nominato senza essere immediatamente “risolto”.
Settembre ci chiede di fare i conti con le aspettative, i fallimenti, i progetti sospesi. Per alcuni, questo mese diventa un’occasione per chiedere aiuto. Per altri, un momento in cui il dolore diventa insopportabile.
Parlare può essere il primo passo per ritrovare un senso.
Giorgia,
Psicologa in ascolto




