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Quando l’Altro non è Nostro

Questa sera mi sono fermato a pensare alla tragedia di Firenze.

Non ho voglia di cercare spiegazioni semplici, né di provare a entrare nella mente di chi ha compiuto un gesto così estremo. Ci sono fatti davanti ai quali forse bisogna prima di tutto avere rispetto e silenzio.

Eppure quella storia mi ha riportato a una riflessione sulle relazioni.

Mi è tornato in mente Adler e il modo in cui parlava del rapporto con l’altro, della necessità di sentirlo come un compagno e non come qualcuno che ci appartiene.

Sembra una cosa elementare.

E invece forse è una delle cose più difficili da vivere.

Perché quando amiamo qualcuno è facile confondere la vicinanza con il possesso. Ci abituiamo alla presenza dell’altro, alla sua quotidianità, e qualche volta finiamo per dimenticare che quella persona, anche quando ci ama, rimane libera.

Libera di cambiare idea.

Libera di scegliere.

Libera, persino, di non volerci più accanto.

E accettarlo può fare maledettamente male.

Ma forse è proprio lì che si vede la differenza tra amore e possesso.

Posso soffrire perché mi lasci, posso non capire la tua scelta, posso sentirmi perso. Ma non posso trasformare il mio dolore in un diritto sulla tua libertà.

Forse il vero cameratismo di cui parlava Adler è proprio questo: camminare insieme senza pretendere di possedere la strada dell’altro.

Mi chiedo allora se abbiamo davvero imparato a vivere le relazioni come incontro tra due libertà, oppure se, ancora oggi, dentro di noi rimane l’idea che amare qualcuno significhi, in qualche modo, averlo.

E forse la domanda più difficile è proprio questa:

quanto siamo capaci di amare una persona nel momento in cui smette di scegliere noi?

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