Ci sono autori che si studiano e altri che, invece, sembrano entrarci dentro. Per me, il pensiero di Alfred Adler ha rappresentato proprio questo: una risonanza profonda, umana prima ancora che teorica.
Adler non guardava l’essere umano come un insieme di sintomi da correggere, ma come una persona orientata verso uno scopo, una direzione, un significato. È il cuore del finalismo: non siamo soltanto il risultato del nostro passato, ma esseri che si muovono continuamente verso una meta, spesso inconsapevole.
Questa visione ha profondamente orientato il mio approccio professionale e la filosofia del mio studio. Comprendere una persona, infatti, non significa fermarsi al problema che porta, ma coglierne il movimento interiore, il bisogno, il tentativo di trovare un posto nel mondo.
Ma c’è anche un’altra curiosità che mi ha fatto sentire vicino ad Adler: la sua grande passione per la musica. Nella Vienna del suo tempo frequentava ambienti artistici e culturali, riconoscendo nella musica un linguaggio capace di entrare in contatto con la parte più autentica dell’essere umano.
Ed è forse proprio qui che ho sentito un legame ancora più forte con il suo pensiero. Prima ancora che professionista, porto dentro di me un’anima da musicista e cantautore. La musica, come la psicologia, parla delle tensioni invisibili, dei desideri, delle fragilità e del bisogno profondo di appartenenza. Entrambe cercano senso. Entrambe raccontano l’uomo.
Per questo il finalismo adleriano continua ancora oggi a rappresentare il riferimento più autentico del mio modo di ascoltare, comprendere e accompagnare le persone nel loro percorso.




